Caro diario
Non basta certo un film per sentirsi più felici. Ma Luca entrò in quel cinema come con la voglia di ritrovare se stesso. Di riabbracciare un amico da troppo tempo lontano, e al quale sentiva, in un modo oscuro ma fortissimo, di assomigliare.
Sara accanto a lui. Luca sentiva di iniziarla a un rito folgorante. Voleva farla entrare in un luogo del sentimento in cui non era entrata mai. Farle sentire sapori, odori, temperature del sentimento che aveva sempre atteso, e vissuto mai. Almeno, quello aveva vissuto Luca, tutte le volte che aveva visto quell’uomo sullo schermo.
Sara aveva un cappellino. Era appuntita e sfuggente come un colpo di vento, che fa mulinelli di foglie sui ponti sulla Senna.
La portò via, nella sera gelidissima. La sua Vespa era furiosa di orgoglio.
Anche l’uomo del film andava in Vespa. Lento come un soldatino di piombo. Intorno, Roma desolata e rossa. Agosto, il niente calcinato e accecante che commuove i pensieri. Case case case, sole e condominii bianchi, viali alberati fra case rosse. Navigava lento, l’uomo. Andava a fare domande alla gente sola nel calore abbandonato, come un filosofo fallito. Magnifico quarantenne pieno di coraggio, che andava così a dissipare, a giocare le carte della sua popolarità. Angelo di desolazione, s’infilava in tunnel di lunghe tangenziali, fino a toccare il nocciolo misterioso del Vero. Luca era inondato di rabbiose e zitte lacrime.
Con la sua Vespa, a suonare il ritmo misterioso dell’esistere, l’uomo sullo schermo zigzagava felice, come se per una volta fosse riuscito a danzare, a danzare sulle anche della Vespa, come se quell’uomo fosse diventato un canzone nelle strade di Roma.
Il litorale di Ostia è un nastro di polvere, s’infila tra cani, baracche e camper, è una via Crucis punteggiata di cassonetti pieni di gonfiori colorati, cespugli attorcigliati ai paracarri, e pezzi di Africa ai bordi slabbrati dell’impero di Roma.
Lì, vent’anni prima, era stato ucciso un uomo dal volto pietroso e millenario, che somigliava a un sasso e a un bambino con la febbre. Un uomo gentile, ucciso da uno dei ragazzi violenti che lo intenerivano, per i quali viveva, per i quali moriva. Come un Cristo ucciso da uno dei suoi apostoli venuti da Fiumicino o da Sodoma.
La musica, sullo sfondo, era Arabia e Germania, era un pianoforte in una stanza di Berlino, ma bruciato dal sole, dal languore e dalla malinconia. Poi, il mare. Schiumazzurra e vento e metallo di traghetti, il mare. Attesa, tempo sospeso, leggera inquietudine dello sbarco, il mare. E le isole. Salina di verde e di azzurro. Dove l’uomo con la Vespa, solo, ancora solo, dà calci a un pallone, lo tira in alto, fino al cielo. Un faro. Un campo da calcio. La vita, come se fosse ancora possibile. C’era uno sceneggiato in v, tanti anni fa. Un prete giocava in un campetto di calcio, e la vita sembrava ancora normale. Si chiama Padre Brown, il prete. Il campetto, doveva essere un campetto così.
"Caro diario" fa parte di una serie di racconti, che sono il seguito di "L .", il romanzo che ho pubblicato per Edimond.
Fra poco, verso aprile, uscirà "Blu", il mio nuovo romanzo. Se gli dèi ci assistono, lo troverete almeno alla libreria Edison di Firenze.
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Alcune righe su ''Caro diario''. In forma di racconto.
